Il fenomeno letterario e culturale che va sotto il nome di Leggenda del Graal, o di Materia di Bretagna, o di Cerca del Graal, conobbe una fase di improvviso successo negli anni e nei secoli successivi al 1190.

Circa in quell’anno, infatti (ma le date sono un grave problema), apparve il Perceval, di Chrétien de Troyes, un lungo poema in versi, incompiuto, che racconta la prima fugace apparizione del Graal e la successiva ricerca, da parte dei cavalieri della corte di re Artù.

Fece seguito un autore tedesco, Wolfram von Eschenbach, che contestò la versione francese, riscrivendola e completandola, con il titolo di Parzival.

Un altro poeta francese, Robert de Boron, poco dopo, ricamò sul tema del Graal e introdusse il concetto della sua sacralità, associandolo al calice dell’Ultima Cena e considerandolo il contenitore in cui era stato raccolto il sangue di Cristo.

Anche un autore d’area clericale, probabilmente un cistercense, rielaborò la materia, denominandola La queste du Saint Graal, e caratterizzandola in modo decisamente religioso.

In breve la cultura centro europea si impossessò dell’argomento e fiorirono rifacimenti, aggiunte, riscritture, interpretazioni, delle quali si impossessò anche l’ambiente ecclesiastico.

Il problema assumeva progressivamente contorni più complicati.

Fra le pieghe della Materia del Graal si annidavano questioni complesse, letterarie, storiche, mistiche, esoteriche, nazionalistiche, ... ed essa divenne un organismo  sconfinato e incontrollabile, all’ombra del quale tutti, troppi, sfogarono le proprie pulsioni e le proprie repressioni.

vano, proiettando sul Graal speranze, illusioni, frustrazioni, insinuazioni,...


La leggenda comunque, così come andò consolidandosi, aveva tutte le caratteristiche per essere nata nel momento giusto.

Servì, in termini generali, alla cultura della Cavalleria, contribuendo a controllare, nobilitare e dirigere verso buon fine il problema di ogni tempo: cercare di governare gli impulsi giovanili e violenti dell'epoca, minimizzando sbandamenti, soprusi, devianze e turbamenti inutili al processo di formazione degli stati, delle nazionalità, degli imperi, delle strutture ecclesiastiche.

Servì alla complessa cultura delle Crociate, offrendo alla Cavalleria un preciso obiettivo da perseguire, dirottando fuori mano le ambizioni di piccoli vassalli, cercando però anche di non perdere totalmente i contatti, gli interessi e un minimo di potere sull'area del vicino oriente, dove Turchi e poi Mongoli creavano pressioni nuove e preoccupanti.

Servì a creare un altro polo mitologico, bretone, volto a contrastare il Carlo Magno dei Franchi, nei passi incerti delle signorie e delle nazionalità che andavano prendendo forma.

Creò inoltre un alone quanto mai opportuno alla suggestiva ricerca delle Reliquie, fonte non trascurabile di attrazione, per le masse, verso chiese e santuari, distraendo nel contempo dal ben più grave problema dell'inadeguatezza del clero, che andava delineandosi in quei tempi.

Questa ricerca del Graal, ancora in atto nel 2000, costituisce insomma una vicenda d'eterno inseguimento dell'irraggiungibile: utopia, certamente, unita però a palesi vantaggi sociali e culturali.

Ma qualcuno, prima o poi, avrebbe avuto dei dubbi, si sarebbe posto delle domande e avrebbe cercato delle risposte.


Una lettura anche superficiale delle prime fonti, in materia di Graal e dintorni, permette di verificare con estrema facilità che tutto ciò che ci hanno raccontato per otto secoli è privo di fondamento.

È difficile, per un lettore non specializzato, credere alla inverosimile confusione che regna in questo campo. Autori di ogni genere e di ogni nazione hanno scritto quantità incredibili di fantasie sulla Tavola Rotonda, su Artù e compagni, aggiungendo particolari piccanti e fasulli.

Pescando a piene mani in questa mole infinita di testi, ignorando le date, le sequenze logiche, le scopiazzature e gli arbitrii, i commentatori di ogni tempo hanno dimostrato tutto ciò che volevano dimostrare. Anche il falso.


Rivedendo e precisando le tesi esposte, alla luce delle ricerche fatte, possiamo nuovamente riepilogare le fasi della questione Graal.


1.Il cuore narrativo della saga del Graal trae origine da un testo persiano. Parsi-val ne è il segnale più simbolico.

2.Tale testo, ricco delle gesta di un mondo cortese e cavalleresco (quello persiano) assai sviluppato e maturo, giunge in occidente all'inizio del 1100.

3.Fra i possibili vettori di tale trasmissione culturale è logico pensare che abbia un ruolo fondamentale la repubblica marinara di Pisa. La rete di influenza che essa controlla in quel particolare momento storico (dai fondachi orientali alla navigazione sull'Arno, dalla presenza nell'area di Chiusdino al controllo del by pass navale della Via Francigena) la rende come probabile responsabile del transito culturale dall'Oriente, alla Toscana, all'Aquitania.

4.Il testo in questione affianca, forse casualmente, nel proprio cammino lungo le strade della cultura europea, la vicenda di un santo toscano, Galgano, una vicenda ricca di significati e simboli etici, religiosi e cavallereschi.

5.Chrétien e Wolfram se ne appropriano, intuendo il grande fascino che tali racconti possono avere su un sistema cortese europeo nascente. Scrivono Perceval e Parsifal.

6.Anche i Cistercensi, che a quei tempi rivestivano in Europa un ruolo culturale fondamentale, percepiscono la forza dell'uno e dell'altro messaggio (Galgano e Graal) e l'importanza che essi potrebbero assumere nella fase di sviluppo dei sistemi sociali di quel tempo. Più o meno consapevolmente fanno proprie le due vicende, quella storica di Galgano e quella leggendaria di origine persiana, riconducendole ad una sintesi culturale e trasportandole nel cuore dell'Europa.

Il Graal

L’inestricabile storia del Graal


Libri di Mario Moiraghi
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